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Martedì, 12 Ottobre 2021 09:36

Madonna della Neve sul Gran Sasso e dintorni.

Scritto da Giuseppe Lalli

di Giuseppe Lalli

“Ecco il Gran Sasso. Col suo cono aguzzo raggiante di bellezza statuaria nell’alte solitudini dell’aria ride al vespero e sta, re dell’Abruzzo”. Così si esprimeva alla fine dell’Ottocento il poeta toscano Giovanni Marradi (Livorno, 1852 - ivi, 1922), che fu docente di lettere a Chieti.

Così gli apparve il nostro dolomitico gigante: quasi un oggetto di culto religioso, una sorta di Olimpo trapiantato in terra d’Abruzzo accanto alla “Majella Madre”, l’altra incantevole montagna della nostra magica e mistica regione. Il Gran Sasso, la cui vetta di 2.912 metri fu raggiunta per la prima volta nel 1573 da Francesco De Marchi (Bologna, 1504 – L'Aquila, 1576), avventuroso ingegnere militare al servizio di Margherita d’Austria, (Oudenaarde, 1522 - Ortona, 1586), fu già meta di escursioni alla fine dell’Ottocento.

È rimasta quasi leggendaria la figura di una guida alpina, l’assergese Giovanni Acitelli (anche un suo fratello era guida), come leggendaria è rimasta nella memoria degli assergesi la visita del re Vittorio Emanuele III (Napoli, 1869 – Alessandria d’Egitto, 1947) che giunse per compiere un’ascensione sul Gran Sasso il 15 giugno 1909. Sostò col suo seguito nei pressi dell’antico convento francescano di Assergi. Dopo i necessari preparativi, la comitiva, a dorso di mulo, con alla guida i fratelli Acitelli, giunse fino al passo della Portella, ma a motivo di una copiosa nevicata avvenuta nella notte precedente, dovette far ritorno al paese, dove pernottò nell‘ “albergo degli Alpinisti”, che, sito nella piazzetta del Forno, era gestito da Rosalia Sacco in Giacobbe (“zia Rosalia”, sentivo dire da mia nonna). Il Gran Sasso ha ricevuto un decisivo impulso turistico nel secolo scorso con la costruzione della funivia, avvenuta negli anni 1933-1934. Già deliberata dal Comune dell’Aquila nei primi anni ’30 nel quadro di quel progetto definito “della Grande Aquila” voluto dall’allora podestà Adelchi Serena (L’Aquila, 1895 - Roma, 1970), essa fu realizzata, non senza aver superato grandi difficoltà, dalla società milanese “Ceretti & Tànfani”.

A progettare l’ardito impianto e a dirigere le opere murarie era stato incaricato l’ing. Mario Bafile, cui era stata affidata anche la direzione delle opere murarie. Si trattò nel complesso di una grande opera, alla realizzazione della quale concorsero volontà politica e visione strategica. Nel progetto era prevista, in aggiunta al tratto Fonte Cerreto - Campo Imperatore, un secondo tratto, mai realizzato, tra Campo Imperatore e il Rifugio Duca degli Abruzzi, con piste di sci fino a Campo Pericoli. Dopo la costruzione dell’albergo, realizzata tra il 1934 e il 1935 su terreno donato all’amministrazione municipale dal marchese Alfonso Dragonetti de Torres (L’Aquila, 1864 - ivi, 1940), noto patrizio aquilano, si avvertì la necessità di erigere una chiesetta, luogo in cui i tanti turisti della buona borghesia aquilana e soprattutto romana, che frequentavano già numerosi la nostra montagna, potessero ritemprare lo spirito dopo aver ritemprato il corpo. Il progetto fu affidato dal Comune dell’Aquila a due giovani ingegneri: l’aquilano Emilio Tomassi (L’Aquila, 1909 – ivi, 1993), al tempo giovane vice-podestà dell’Aquila, e il romano Enrico Lenti, compagno di studi del Tomassi all’Università di Roma. La posa della prima pietra avvenne il 1° luglio 1935 con la benedizione dell’Arcivescovo dell’Aquila Mons. Gaudenzio Manuelli (Prato Sesia, 1873 – L’Aquila, 1941).

La chiesetta, intitolata alla “Madonna della Neve” fu poi inaugurata il 20 settembre 1936 dal Cardinale Federico Tedeschini (Antrodoco, 1873 - Roma, 1959), già Nunzio apostolico in Spagna (un busto in bronzo sulla parete destra del piccolo tempio ne ricorda la figura). Il tempietto, concepito secondo lo stile sobrio e razionale in auge negli anni ‘30, sorge, come si è dianzi accennato, di fianco allo storico albergo di Campo Imperatore, già Albergo Amedeo di Savoia Duca d’Aosta, edificio che ha segnato, in qualche modo, un crocevia nella storia nazionale e che oggi versa in uno stato di desolante abbandono. In una suite dell’albergo fu tenuto prigioniero Benito Mussolini (Predappio, 1883 - Giulino di Mezzegra, 1945) dal 3 al 12 settembre 1943, allorché fu liberato dalle truppe tedesche colà accorse con undici alianti trainati da apparecchi a motore e due aeroplani “Cicogne”, e sostenute da truppe di terra, in quella arrischiata Operazione Quercia che segnò una delle pagine più ingloriose della storia italiana, e che costò la vita a due nostri connazionali, un carabiniere e una guardia forestale, caduti nel centro abitato di Assergi, vittime del dissennato fuoco germanico e dell’irresponsabile atteggiamento delle autorità politiche e militari di una nazione allo sbando. Dal resoconto della consacrazione del sacro edificio apparso nel Bollettino Diocesano del settembre 1936 si poteva apprendere che una numerosa folla, composta da alti prelati e dalle massime autorità civili e militari aquilane oltre che da cittadini comuni e turisti, formando una “lunga ed interminabile fila” nella stazione di partenza della funivia a Fonte Cerreto, ascese a Campo Imperatore, per trovarsi nella vasta spianata di fronte al piccolo tempio, sorto “come un incanto e una visione celeste lassù, vicino alla rude mole della vetta del Gran Sasso”.

La chiesetta, costruita a spese della municipalità aquilana, fu dotata “di tutti i parati e gli oggetti sacri necessari” dall’Arcivescovo, che donò “persino un calice d’argento dorato con coppa d’oro, dono offerto a Lui dalla sua parrocchia quando fu consacrato Vescovo”. Sempre il Bollettino Diocesano informava, con lo stile ampolloso proprio del tempo, che, una volta ridiscesi in città, gli alti prelati che avevano presieduto al rito, insieme ad un certo numero di invitati di particolare riguardo, “sedettero ad una signorile colazione offerta dall’On. Podestà in un artistico salone del Municipio”.

Il podestà era l’avvocato Gianlorenzo Centi Colella, a cui si deve l’infelice iniziativa di aver fatto cambiare, con apposito decreto governativo, il nome al capoluogo abruzzese: da ‘Aquila degli Abruzzi’ in ‘L’Aquila’. L’eccezionale giornata ebbe il suo degno epilogo nella chiesa di S. Bernardino, dove, dirette da Mons. Perosi, musicista e accademico d’Italia, furono eseguite opere di musica classica polifonica antica, oltre che un grandioso Inno al Gran Sasso. Ciò valse a strappare al pubblico calorosi applausi, tutti diretti all’insigne Maestro. Tornando ora alla graziosa chiesetta, essa, dotata di un piccolo ed elegante campanile, aveva persino una sacrestia con l’occorrente per il pernottamento del sacerdote. All’esterno, la facciatella quadra di pietre candide presenta una “architettura cubista piuttosto che ‘mussoliniana’ ’’6, mentre il portale è sormontato da un oculo di proporzioni appropriate. Il sacro edificio fu restaurato nel 1992 dagli alpini della Sezione Abruzzi dell’Associazione Nazionale Alpini, come ricorda una targa apposta a destra dell’entrata. Ad impreziosire l’interno del tempietto, semplice e suggestivo a un tempo, fu collocato sulla parete a sinistra della porta d’ingresso, sopra un altare di marmo nero, un originalissimo quadro, tuttora presente, del pittore romano Giorgio Quaroni.

Si tratta di un dipinto su tavola che copre gran parte della parete e che le cronache locali del tempo quasi ignorarono. Dopo la storica visita a Campo Imperatore di Giovanni Paolo II (Wadowice, 1920 – Città del Vaticano, 2005) del 20 luglio 1993, l’infaticabile Don Demetrio Gianfrancesco (Camarda 1922 - ivi, 2004), deciso ad acquisire notizie sull’artista, ebbe la possibilità di parlare al telefono con la vedova del pittore, che del consorte gli spedì persino una foto che lo ritraeva cinquantenne. Giorgio Quaroni nacque a Roma il 2 febbraio 1907 e si sposò con Adriana Coromaldi il 15 marzo 1939 nella chiesa di S. Luca ai Fori Imperiali di Roma. Dal curriculum inviato dalla signora Adriana si scopre che il Quaroni, sentendosi una naturale disposizione al disegno e alla pittura e deciso a seguire le orme del nonno materno, un pittore di origine tedesca noto soprattutto per i cicli di affreschi nella cappella del santuario della Madonna di Loreto, frequentò l’Accademia delle Belle Arti di Roma. Dopo essersi diplomato nel 1929 e dopo aver seguito un periodo di studi e ricerche, espose nelle prime Quadriennali romane ottenendo importanti riconoscimenti per decorazioni a fresco e a mosaico. Avendo vinto nel 1938 un concorso per una decorazione del salone centrale di un Palazzo dei congressi, si interessò sempre più alla decorazione murale in tutti i suoi aspetti.

Nel dopoguerra continuò a dedicarsi alla pittura morale e a fresco, a tempera, al mosaico e alla vetrata, nonché a tutta una serie di piccoli lavori di carattere decorativo. Finì per dare di sé stesso la definizione di “pittore decoratore”. Suoi riferimenti artistici furono, oltre ai maestri del Novecento, Masaccio (San Giovanni Valdarno, 1401 - Roma, 1428) e Piero della Francesca (Borgo Sansepolcro, 1492 - ivi, 1492), per il primo Rinascimento; e El Greco (Herakleio, Grecia, 1541 - Toledo, Spagna, 1614) e Rembrandt (Leida, Paesi Bassi, 1606 - Amsterdam, 1669) rappresentanti di quella pittura manieristica e barocca di cui sempre più si interessò nel dopoguerra. Tra i pittori moderni predilesse Paul Cézanne (Aix-en-Provence, Francia, 1839 - ivi, 1906) e Georges Braque (Argenteuil, Francia, 1882 - Parigi, 1963). Molti furono i suoi affreschi e i lavori decorativi, tra cui spicca la vetrata per la chiesa di S. Domenico a Siena, realizzata poco prima della sua prematura scomparsa, avvenuta a Roma per infarto cardiaco il 16 dicembre 19607. L’autore, poco conosciuto dalla critica, eseguì il dipinto della chiesetta della Madonna della neve nel 1936. Il quadro fu lavorato a Roma, per essere poi trasportato a pezzi nel piccolo tempio, dove fu ricomposto e opportunamente ritoccato. Il dipinto presenta una struttura simmetrica, è largo circa metri 5,15 e alto circa metri 1,808. La dott.ssa Maria Gatta, della Soprintendenza ai BAAAS dell’Aquila, citata dal summenzionato Don Demetrio Gianfrancesco, vi ravvisava i tratti salienti della cosiddetta Scuola romana e l’influenza di quel “novecentismo” in auge nel ventennio 1920-409. A dispetto del contesto politico nel quale l’opera venne realizzata, lo stile pittorico e il contenuto della raffigurazione sono tutt’altro che convenzionali.

L’artista ha voluto lanciare più di un messaggio.

Il dipinto raffigura la Vergine Maria, che siede al centro vestita di bianco con in braccio il Bambino. Bianca è anche l’aureola attorno al capo, mentre la mano destra stringe una stella alpina. Ai lati, oltre l’altezza delle spalle della Madonna, si vedono due angeli vestiti d’azzurro, in piedi e a mani giunte. Sullo sfondo si scorge una catena montuosa (di certo il Gran Sasso), che funge quasi da quinta teatrale. Il tratto di montagna che è sopra la testa di Maria appare illuminato. A sinistra della Vergine sono quattro santi, altrettanti a destra: tutti hanno il viso rivolto verso la Madre del Signore. A sinistra apre la teoria San Franco d’Assergi, con saio nero e barba bianca, secondo l’iconografia popolare, appena appena rivisitata. Si tratta evidentemente di un omaggio al santo locale, ricadendo la chiesetta nel territorio di Assergi, mentre sullo sfondo s’intravede un complesso di edifici col quale il pittore potrebbe aver voluto raffigurare il paese.

Procedendo verso destra, si vede S. Eustachio, solo parzialmente coperto di un panno rosso e con una balestra nella mano destra e una freccia nell’altra. Dietro di lui si scorge una cerva. A fianco di S. Eustachio, protettore dei cacciatori, è sua moglie Teopista, che indossa un grazioso vestito color azzurrino. Più in là, vicino alla Madonna, c’è S. Emidio vescovo, in piviale, mitria e pastorale. Davanti a lui, un angioletto in piedi con vestitino scarlatto sorregge un gruppo di case (una città), a ricordare che il santo è protettore contro i terremoti. Qui l’autore mostra di conoscere la estrema vulnerabilità sismica del territorio aquilano. A destra della Vergine, apre la fila di destra S. Pietro Celestino, anch’egli in piviale e con tonaca candida. Davanti al santo, in piedi, un angioletto biancovestito sorregge una tiara, il copricapo che Celestino ha dismesso rinunciando al papato. È già assai significativo che a portare il peso della rinuncia al potere sia un angioletto, ma ciò che più sorprende è che sopra la testa scoperta di Pietro da Morrone c’è una colomba, simbolo dello Spirito Santo che ha ispirato il gesto del santo eremita, messaggio questo che ha del rivoluzionario. Subito dopo, procedendo verso destra, si scorge S. Bernardino da Siena, in apparenza nascosto e in posizione arretrata, in omaggio allo spirito francescano; in realtà ben visibile e con lo sguardo rivolto verso il celebre monogramma JHS (Jesus Hominum Salvator), a voler ribadire il nucleo della sua predicazione, vale a dire che solo nel nome di Gesù gli uomini sono salvati. Dopo di lui appare S. Rocco.

Il santo di Montpellier è appena ricoperto di un manto scarlatto e posa in attitudine a dir poco originale: indossa una coppola e poggia il mento su un lungo bastone, mentre un grazioso e commovente cagnolino, a differenza di quello della iconografia classica che reca in bocca una pagnotta, sollevato sulle zampette posteriori, lecca premurosamente una ferita che l’uomo di Dio ha sopra la coscia sinistra. Qui l’originale pittore ha voluto conferire un geniale tocco di realismo alla figura del santo degli appestati, rendendola meno solenne, più familiare e più vicina alla condizione umana.

A chiudere l’originale teoria dei santi, ecco infine S. Bernardo d’Aosta. Anche qui, a differenza dell’iconografia tradizionale che lo rappresenta con in mano un grosso e lungo bastone da montagna sormontato da una piccola croce (a simboleggiare la sua protezione sui viandanti di montagna) e con un terrificante diavolo incatenato sotto i suoi piedi (a ricordare la vittoria contro gli spiriti maligni), il santo montanaro è raffigurato con un ampio mantello scuro che, aperto sul davanti, lascia trasparire il sottostante abito bianco, ciò che lo fa rassomigliare ad un domenicano; mentre il piede sinistro schiaccia un piccolo drago (forse versione più edulcorata e naturalistica del male) e la mano destra impugna un’asta che reca sulla sommità una luce, che forse, volendo ricordare la lanterna usata dai monaci di S. Bernardo per rischiarare i sentieri notturni, ha voluto simboleggiare, nell’intenzione dell’artista, la luce della fede che rischiara il cammino degli uomini lungo gli impervi sentieri della vita. Il Quaroni, a quel che si apprendeva dalle parole della moglie, era uomo sinceramente religioso, una religiosità cui forse - se è permesso a chi scrive di lumeggiare il segreto di un’anima - la sensibilità artistica aggiungeva una delicata inquietudine. Non si sa chi abbia potuto suggerire al pittore i santi ritratti nel suo singolare dipinto, né dove egli abbia attinto le notizie su di essi. Certo è che le caratteristiche riferite a ciascun santo appaiono assai pertinenti. Inoltre, particolare degno di nota, tutti i santi raffigurati, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con il territorio aquilano e con la montagna.

La tavola del Quaroni fu ritoccata negli anni 1947-48 dal prof. Fulvio Muzi (L’Aquila, 1915 - ivi, 1984), che era stato chiamato a restaurare i dipinti dell’albergo di Campo Imperatore. L’originale dipinto, allo stato attuale, abbisognerebbe di un ulteriore significativo intervento conservativo: lo richiede il prestigio dell’edificio che lo ospita e la qualità dell’opera. La piccola chiesa di Campo Imperatore è un concentrato di spiritualità alta, è proprio il caso di dirlo. Giova ricordare, a tal proposito, che sorse con la benedizione, di cui si era fatto latore il Cardinal Tedeschini, di un papa, Pio XI (Desio, 1857 - Città del Vaticano, 1939), che da giovane, alpinista appassionato e ardimentoso qual era, si era trovato una volta nella condizione di trascorrere un’intera notte sulle Alpi, senza rifugio, nei pressi del Monte Rosa, avendo saputo cogliere l’occasione, in quella incresciosa circostanza, di rimirare da vicino lo straordinario splendore delle stelle. È stata poi benedetta da un altro pontefice, questa volta personalmente: il grande Giovanni Paolo II, papa sciatore che la visitò, come si è accennato, il 20 giugno 1993.

Si trattò di un evento davvero spettacolare. Era una domenica e il “montanaro” Karol Wojtyla, proveniente da Foligno, scese in elicottero nei pressi di quel piccolo grazioso tempio, pregò e lasciò in dono un calice. Poi, prima della recita dell’Angelus, a mezzogiorno, nella suggestiva cornice offerta dal Gran Sasso, scenario maestoso a lui assai noto, rivolse ai tanti convenuti, alpini e gente comune, un toccante discorso. Accennò al silenzio della montagna e al candore delle nevi, che parlano di Dio e indicano all’uomo la contemplazione, via maestra per accedere al Mistero e rendere più umani gli stessi rapporti sociali. Richiamò la natura con la sua bellezza e il cosmo con le sue meraviglie che invitano potentemente alla profondità del cuore, dove l’uomo è chiamato a cercare il senso vero della sua esistenza. Ringraziò con calde parole gli alpini per aver ristrutturato la piccola chiesa e infine, chiedendo di confidare nell’aiuto della “Madonna della Neve”, richiamò con parole chiarissime e profetiche la centralità della famiglia, “in questo tempo difficile in cui sulla famiglia si accaniscono forze corrosive che ne minacciano l’unità e la serenità”. Non lontano dalla “Madonna della Neve” si trova un Osservatorio astronomico.

Fu inaugurato il 3 ottobre 1965 alla presenza di qualificati uomini della scienza italiani e stranieri nonché del prof. Vincenzo Rivera (L’Aquila, 1890 - Roma, 1967), che tanto si era speso per la città dell’Aquila e per il suo territorio. In quella occasione Don Demetrio Gianfrancesco, sacerdote esemplare e storico appassionato e rigoroso, al tempo parroco di Assergi, chiamato a benedire il prestigioso edificio, ebbe dal prof. Massimo Cimino (Nicastro, 1908 – Roma, 1991), insigne astrofisico allora direttore dell’Osservatorio di Monte Mario, da cui quello del Gran Sasso dipendeva, la seguente confidenza: “Abbiamo bisogno di una bella benedizione, perché, senza l’aiuto di Dio, noi non possiamo far niente”.

Quanto sono lontane queste semplici e commoventi parole da una certa ostentata supponenza di taluni uomini di scienza del tempo presente. Oltre all’immagine di S. Franco ritratta sulla tavola di Giorgio Quaroni, un invisibile filo lega la chiesetta di Campo Imperatore alla bella chiesa-madre di Assergi. In quest’ultima, infatti, in fondo alla parete della navata sud, si ammira uno stupendo affresco di un non meglio identificato autore rinascimentale perugino che fu attivo all’Aquila tra il 1475 e il 1480. L’opera, intitolata “Il Crocifisso”, reca nella sovrastante lunetta - autentica opera nell’opera - la rappresentazione, in vividi colori, di una leggenda che vuole che mentre papa Liberio, alla presenza di prelati e fedeli, è intento a delimitare con una zappetta il perimetro su cui dovrà sorgere la basilica dedicata a Santa Maria Maggiore a Roma (non a caso detta anche “Basilica Liberiana”), da sopra le nubi la Madonna, in segno di ringraziamento, fa scendere sulla terra soffici fiocchi di neve. Il bellissimo dipinto è da sempre conosciuto con il nome di “Madonna della Neve”.

Si vede che ad Assergi, paese di montagna tra i più affascinanti della catena del Gran Sasso e dei Monti della Laga, la Madonna è sempre stata di casa, anche nella versione montanara.

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