Il mondo del cinema piange oggi la scomparsa di Robert DUVALL, l’attore che con la sua presenza magnetica e il suo rigore interpretativo ha ridefinito il concetto di "caratterista protagonista" nella storia della settima arte. Si è spento all'età di 95 anni nella sua casa, circondato dall'affetto della moglie Luciana Pedraza e dei suoi cari. Con lui se ne va l'ultimo grande pilastro di quella New Hollywood che, tra gli anni Sessanta e Settanta, ha rivoluzionato il linguaggio filmico mondiale attraverso una ricerca ossessiva della verità psicologica.
Un addio sereno tra le mura domestiche
La notizia è stata confermata dalla moglie Luciana attraverso un commosso post sui social media: "Ieri abbiamo detto addio al mio amato marito, caro amico e uno dei più grandi attori del nostro tempo". Robert Duvall, per tutti "Bob", è spirato serenamente il 15 febbraio 2026, chiudendo un cerchio iniziato novantacinque anni fa a San Diego. Nonostante l'età avanzata, la sua tempra e il suo sguardo penetrante erano rimasti intatti, simboli di una dedizione al lavoro che non aveva mai conosciuto flessioni, portandolo a ricevere la sua ultima candidatura all'Oscar in età avanzata per il toccante ruolo in The Judge.
Dalle caserme alla Playhouse: la formazione di un mito
Nato nel 1931, figlio di un ammiraglio della Marina, Duvall sembrava destinato alla carriera militare. Dopo aver servito nella guerra di Corea tra il 1953 e il 1954, tuttavia, scelse una strada diversa, seppur altrettanto disciplinata: il teatro. A New York, presso la Playhouse School of Theatre, condivise sogni e ristrettezze economiche con altri futuri giganti come Dustin Hoffman, James Caan e Gene Hackman.
Questa gavetta, fatta di appartamenti condivisi e provini infiniti, forgiò quell'approccio "operaio" alla recitazione. Per Duvall, recitare non era un esercizio di vanità, ma una missione per restituire l'umanità dei personaggi, anche quelli più scomodi o violenti. Il suo debutto cinematografico nel 1962 ne Il buio oltre la siepe, nel ruolo del silenzioso e misterioso Boo Radley, fece capire immediatamente che l'industria si trovava davanti a un talento fuori dal comune, capace di comunicare tutto senza dire una parola.
Il consigliere e il colonnello: gli anni d'oro con Coppola
Se la carriera di un attore si misurasse in icone, Duvall occuperebbe un intero museo. Il sodalizio con Francis Ford Coppola ha prodotto alcuni dei momenti più alti della cinematografia mondiale. Ne Il Padrino (1972), nel ruolo di Tom Hagen, il "consigliere" della famiglia Corleone, Duvall offrì una prova di sottrazione magistrale. In un film dominato da passioni violente, lui rappresentava la ragione fredda, la lealtà incrollabile e la burocrazia del crimine.
Pochi anni dopo, la collaborazione si ripeté in Apocalypse Now (1979), dove esplose nella follia lucida del Colonnello Bill Kilgore. La sua frase "Amo l'odore del napalm al mattino" è diventata un simbolo della storia del cinema, sintetizzando l'assurdità della guerra con una disinvoltura terrificante. Questi ruoli gli valsero il rispetto eterno della critica e diverse nomination ai premi più prestigiosi.
L’Oscar e la redenzione di un cantante country
La consacrazione definitiva arrivò nel 1983 con Tender Mercies - Un tenero ringraziamento. Per interpretare Mac Sledge, un cantante country alcolizzato in cerca di redenzione attraverso l'amore, Duvall non si limitò a recitare: imparò a cantare, guidò per miglia attraverso il Texas per assorbire l'accento locale e si immerse in una solitudine malinconica che gli valse il Premio Oscar come Miglior Attore Protagonista.
Fu la dimostrazione definitiva che Duvall poteva reggere il peso di un intero film sulle proprie spalle, senza bisogno di effetti speciali, ma solo attraverso la micro-espressività di un volto che sembrava scolpito nella terra americana. La sua capacità di passare dalla spietatezza militare alla fragilità di un uomo sconfitto rimarrà un esempio insuperato di versatilità.
Un artista multiforme: regia, tango e impegno civile
Duvall non si accontentò mai di essere "solo" un attore. La sua passione per il racconto lo portò dietro la macchina da presa come regista e produttore. Film come L'apostolo (1997) e Assassination Tango (2002) rivelarono la sua sensibilità per i temi della fede e del ballo. Era infatti un rinomato esperto di tango argentino, una passione che lo legava profondamente alla terra della sua ultima moglie, Luciana Pedraza.
Fuori dal set, la sua vita fu caratterizzata da un forte rigore morale e civile. Insieme a Luciana, fondò il Robert Duvall Children's Fund, destinato ad aiutare le famiglie disagiate in Argentina e a sostenere Pro Mujer, organizzazione dedicata alle donne più povere dell'America Latina. Nonostante i quattro matrimoni e la mancanza di figli, Duvall ha lasciato un segno profondo nella vita di migliaia di persone attraverso la sua filantropia.
Un’eredità indelebile per il futuro
Robert Duvall lascia un vuoto incolmabile, ma anche una lezione preziosa per le nuove generazioni di interpreti: l'importanza dell'umiltà rispetto al personaggio. Non ha mai cercato di "oscurare" i colleghi, ma ha sempre lavorato per elevare la qualità della scena, studiando ogni dettaglio con la precisione di un artigiano.
Con la sua scomparsa, cala il sipario su un'epoca in cui il cinema era fatto di sguardi, di silenzi e di quella "verità dell'animo umano" che Bob sapeva scovare anche nei personaggi più oscuri. Hollywood oggi è un po' più sola, privata di quella voce ferma e di quegli occhi capaci di raccontare un'intera vita in un solo battito di ciglia. Addio, Bob. Il set non sarà più lo stesso.