Lunedì, 20 Luglio 2026 17:28

Pirrera Sant'Antonio, il cuore di pietra della Sicilia In evidenza

Scritto da di Massimo Reina

di Massimo Reina

Melilli, provincia di Siracusa: un viaggio nella straordinaria cava sotterranea dove il lavoro dei pirriaturi ha lasciato un patrimonio di storia, architettura e memoria che ancora oggi racconta il Barocco siciliano e le radici del Val di Noto.

 


La strada che conduce alla Pirrera Sant'Antonio di Melilli attraversa una Sicilia che molti credono di conoscere. Una Sicilia fatta di muri a secco, di fichi d'India che sembrano sentinelle immobili lungo i campi, di colline che in estate assumono il colore del pane appena sfornato e di cieli così vasti da sembrare un mare capovolto.

È una terra antica. Lo si capisce dall'odore. Ogni luogo possiede un proprio odore, anche se raramente ci fermiamo a pensarci. La Sicilia orientale profuma di sole, di polvere chiara, di timo selvatico schiacciato sotto le scarpe, di vento che arriva dal mare e attraversa gli Iblei caricandosi di storie.

Poi si arriva alla Pirrera. E la prima sorpresa è che non si vede. O almeno non si vede davvero. Perché ciò che rende straordinario questo luogo non emerge immediatamente alla vista. Non domina il paesaggio come una fortezza. Non si impone come una cattedrale. Non svetta come un castello. Attende. Come fanno le cose antiche. Come fanno i segreti.

Si entra quasi senza accorgersene e subito l'aria cambia consistenza. Il caldo siciliano resta fuori come un viaggiatore lasciato sulla soglia. Dentro, la temperatura si fa mite. Il respiro rallenta. La pelle avverte una freschezza inattesa, simile a quella che si incontra entrando in una chiesa di campagna durante una giornata d'agosto. La luce si attenua. I rumori si allontanano. Persino il tempo sembra perdere velocità. Poi lo spazio si apre. E lo stupore arriva senza chiedere permesso.

Le pareti salgono verso l'alto in una successione di pilastri giganteschi che ricordano, nello stesso istante, un tempio egizio, una basilica paleocristiana e una foresta pietrificata. È difficile stabilire quale immagine sia la più corretta. Forse nessuna. Forse tutte. Perché la Pirrera possiede quella qualità rara dei luoghi autenticamente straordinari: sfugge alle definizioni.

Camminando tra queste navate scavate nella roccia si avverte una sensazione insolita. Non quella di trovarsi sotto terra. Ma quella di trovarsi dentro la terra. La differenza è sottile eppure decisiva. Qui non si percepisce il peso della montagna sopra la testa. Si percepisce la presenza della pietra tutt'intorno, come se il visitatore fosse stato accolto all'interno di una materia viva che per secoli ha osservato il passaggio degli uomini.

Le superfici conservano le tracce del lavoro. Segni. Incisioni. Ferite. Piccole imperfezioni che raccontano più di molte iscrizioni commemorative. Ogni colpo di scalpello è ancora visibile. Ogni parete parla di fatica, di gesti ripetuti, di giornate trascorse nell'ombra mentre, là fuori, il sole siciliano continuava il proprio viaggio nel cielo. E allora il pensiero corre inevitabilmente agli uomini che hanno creato questo luogo.

I pirriaturi. I cavatori. Figure che appartengono alla stessa nobiltà silenziosa dei marinai, dei contadini e dei pastori. Uomini il cui nome spesso non compare nei libri di storia e che tuttavia hanno contribuito a costruire il volto di un'intera regione.

La pietra estratta qui ha viaggiato. Ha visto città rinascere dopo il terremoto del 1693. Ha assunto la forma di facciate barocche, di balconi sorretti da mascheroni, di chiese, di palazzi, di piazze. La si può ritrovare a chilometri di distanza, scolpita nella luce dorata del Val di Noto. Eppure tutto cominciava qui. Nel silenzio. Nell'ombra. Nel cuore della roccia, sotto l’antichissimo quanto suggestivo borgo di Melilli.

C'è qualcosa di profondamente mediterraneo in questa storia. L'idea che la bellezza più appariscente nasca spesso in luoghi nascosti. Che i grandi monumenti debbano la propria esistenza a uomini che nessuno ricorda. Che la gloria delle città poggi sulla pazienza di generazioni anonime.

La luce filtra dall'alto e si deposita sulle pareti come polvere d'oro. In alcuni punti la pietra assume sfumature color miele. In altri diventa argento opaco. In altri ancora sembra assorbire la luce e trasformarla in ombra. Ogni passo modifica la prospettiva. Ogni angolo offre una nuova geometria. Ogni pilastro genera un diverso equilibrio tra vuoto e materia.

Si cammina lentamente. Non per stanchezza. Ma perché il luogo induce a rallentare. Come accade nei monasteri. Come accade nelle biblioteche antiche. Come accade davanti ai paesaggi che meritano contemplazione.

La Pirrera non chiede di essere visitata. Chiede di essere ascoltata. E quando infine si ritorna all'aperto, il cielo appare più luminoso di quanto lo si ricordasse. Le cicale più rumorose. Il vento più caldo. I colori più vivi.

È il privilegio che concedono i grandi luoghi di viaggio. Non cambiano il mondo. Cambiano il modo in cui lo guardiamo. E mentre la campagna siciliana riprende a scorrere davanti agli occhi, resta la sensazione di aver attraversato qualcosa di raro. Non una semplice cava. Non un monumento. Ma una pagina di pietra sulla quale il tempo, il lavoro e la memoria hanno scritto insieme uno dei racconti più affascinanti della Sicilia.