In un mondo che sembra correre verso l'abisso della sregolatezza, i folli che oggi occupano le poltrone più prestigiose della politica globale non sono che una proiezione moderna di un’archetipica stravaganza che già duemila anni fa scuoteva i marmi del Palatino. Se guardiamo alle cronache odierne, tra leader che comunicano per slogan onomatopeici, paranoie di complotti transoceanici e gestioni personalistiche dello Stato, il senso di déjà-vu non è solo una suggestione letteraria, ma una precisa diagnosi storica. Questa continuità ci rivela che la natura umana, quando posta al vertice del comando, tende a reiterare modelli di comportamento che oscillano tra la visione strategica e la deriva autocratica.
L'eco di Caligola: il potere come teatro e ossessione
La storia di Caligola è spesso ridotta all'aneddoto del cavallo nominato console, ma la realtà dietro il mito è una forma estrema di disprezzo per le istituzioni. Quando un leader contemporaneo come Donald Trump decide di scavalcare i canali ufficiali a favore di una comunicazione diretta e spesso incendiaria, applica lo stesso schema di de-istituzionalizzazione che l'imperatore usò per umiliare il Senato. Il potere diventa una messa in scena, un palcoscenico dove l'ego del leader deve riflettersi in ogni gesto pubblico, trasformando la politica in un reality show permanente.
La paranoia, elemento cardine di imperatori come Domiziano, torna oggi a farsi sentire nelle retoriche dei nemici interni e dei complotti delle élite. In questo teatro dell'assurdo, la figura di Benjamin Netanyahu emerge come un esempio di resilienza politica nutrita dallo scontro perenne: un potere che si auto-alimenta attraverso lo stato di emergenza e la polarizzazione estrema, proprio come accadeva nelle fasi più turbolente dell'Impero, dove la sopravvivenza del principe coincideva con la sopravvivenza dello Stato stesso.
La psicologia del folle secondo Langer
Per decodificare queste figure, la psicologia di Ellen Langer ci offre una prospettiva illuminante attraverso il concetto di mindlessness (mancanza di consapevolezza). Secondo la Langer, il comportamento "folle" o irrazionale di chi detiene il potere spesso deriva da una rigidità cognitiva che impedisce di vedere alternative o di accogliere nuove informazioni. Il leader "folle" rimane intrappolato in categorie mentali precostituite, agendo in modo automatico e ripetitivo, convinto della propria infallibilità.
Questa cecità psicologica crea un circolo vizioso: più il leader si sente minacciato, più si rifugia in una narrazione distorta della realtà. La "follia" di Vladimir Putin, ad esempio, può essere letta attraverso questa lente: un disegno imperiale di stampo antico che non ammette deviazioni dalla propria logica interna, trascinando intere nazioni in un conflitto che risponde a una percezione della realtà ormai cristallizzata e impermeabile al dialogo. Come i Cesari che non accettavano confini alla propria influenza, l'attuale guida russa trasforma la stabilità in caos, convinto che solo la forza bruta possa convalidare la sua visione del mondo.
Il buffone di Bevilacqua e il pericolo nelle strade
In questo scenario, il cinema di Alberto Bevilacqua con Attenti al buffone (1975) ci offre una chiave di lettura fondamentale. Il film esplora come la "follia" smascheri la vera demenza di un sistema basato sul possesso. Molti dei leader che oggi definiamo "folli" sono in realtà i buffoni di corte che si sono presi il trono, usando il grottesco per dimostrare che le istituzioni sono gusci vuoti.
Tuttavia, questa scomposizione dell'ordine ai vertici si riflette specularmente alla base della società, generando mostri tangibili. Tra i pericoli più urgenti oggi troviamo gli antagonisti volenti, gruppi radicalizzati che vedono nello scontro fisico l'unico linguaggio possibile, alimentati da una retorica d'odio che scende dall'alto. Ma il sintomo più allarmante del fallimento sociale è la violenza che abita le periferie: giovani, spesso extracomunitari privi di radici e speranza, che si aggirano nelle città armati di coltello. Se il leader brandisce la parola come una lama, il diseredato brandisce la lama come parola. Questa micro-criminalità affilata non è che la conseguenza ultima di un potere che ha smesso di educare e integrare, preferendo il teatro della paura alla sostanza della giustizia.
Il ruolo delle masse: il consenso verso l'abisso
"Il problema non sono i pazzi, ma quelli che gli vanno dietro". Roma non cadde solo per le bizzarrie dei suoi imperatori, ma per una società che aveva smesso di produrre anticorpi critici. La fascinazione per l'uomo forte è un filo rosso che lega i gladiatori del Colosseo ai moderni palchi elettorali. Il fanatismo e l'abbandono della diplomazia sono sintomi di una stanchezza democratica che lascia spazio alla legge del più forte.
La "follia" di leader come Trump, Putin o Netanyahu è un prodotto che il mercato elettorale consuma avidamente per esorcizzare la propria impotenza. Ma mentre i potenti recitano, la realtà delle strade è fatta di acciaio e sangue, di una paura che non si cura con i tweet ma con la presenza reale e rassicurante dello Stato. L'arma bianca nelle mani dei giovani è il tragico epilogo di una catena di montaggio dell'odio che parte dalle vette del comando.
Una lezione dal passato per un futuro meno affilato
Se vogliamo capire i leader di questo presente, dobbiamo smettere di guardarli come errori statistici. Essi sono lo specchio delle nostre tensioni sociali. La paranoia di Nerone non era diversa dal sospetto che avvelena oggi il dibattito pubblico. La ricerca di un nemico — sia esso il migrante armato di coltello o la superpotenza rivale — è il meccanismo più antico per compattare una comunità frammentata attraverso la paura.
In conclusione, il potere ha una tendenza naturale all'auto-celebrazione patologica. Senza la libertas e senza un controllo sociale fermo, ogni guida rischia di trasformarsi in un attore prigioniero della propria maschera, trascinando il pubblico in un dramma dove il coltello della follia finisce per colpire tutti.




