Martedì, 29 Aprile 2025 17:05

Nolan parte con il piede sbagliato: un’Odissea lontano dalla vera Grecia

Scritto da Carlo di Stanislao

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“L’arte non può tradire così sé stessa, non può essere pura autocelebrazione.” Questa riflessione di Paolo Sorrentino sembra particolarmente adatta per descrivere l’ambizioso, ma controverso, tentativo di Christopher Nolan di reinterpretare l’Odissea di Omero.

Siamo di fronte a un esempio di cinema che non solo si allontana dalla vera essenza del testo antico, ma sembra voler cavalcare l’onda della propria celebrità, sfruttando l’universo della mitologia greca come pretesto per un’opera personalissima, ma pericolosamente lontana dalla tradizione.

L’epoca della Grecia classica e la figura mitologica di Odisseo sono così lontane dalla visione di Nolan che viene da chiedersi: perché mai decidere di adattare l’Odissea se l’intenzione è quella di stravolgerne completamente l’essenza? È proprio il caso di dire che “la somma fa il totale”: le scelte di casting, le reinterpretazioni delle figure mitologiche e la visione modernista che emerge nel progetto non sono solo discutibili, sono perfino irrispettose della cultura che dovrebbero rappresentare.

La scelta di attori come Lupita Nyong’o per il ruolo di Clitemnestra o Zendaya per interpretare Atena ha suscitato numerose polemiche. Queste scelte non sono solo questioni di “diversità” o inclusività, ma anche di una comprensione superficiale della mitologia greca. Clitemnestra, figura legata alla tragedia greca, non ha nulla a che fare con l’immagine di un'attrice subsahariana, e Atena, la dea della saggezza, non dovrebbe essere rappresentata da una giovane attrice popolare ma piuttosto da una figura che incarni l’autorità e la maturità. Tali interpretazioni non sono semplicemente una libertà artistica; sono un distacco totale dall’autenticità storica e culturale che dovrebbero rispettare.

Eppure, come molti film recenti, l’approccio di Nolan sembra essere dettato non tanto dal rispetto per l’opera originale, quanto dalla volontà di inserire la sua impronta personale, a discapito del materiale che prende in prestito. Un regista del calibro di Nolan potrebbe, in teoria, rischiare e giocare con i temi e le interpretazioni, ma in questo caso l’operazione sembra essere più un tentativo di “costruire il film di Nolan” che di rendere giustizia a Omero. Come in Oppenheimer, l'ego del regista, ormai talmente ingombrante da voler fare di ogni sua opera un monumento a sé stesso, rischia di sopraffare il valore culturale e storico dell’adattamento.

Questa versione dell’Odissea non è solo un adattamento; è una reinvenzione del mito, che invece di celebrare la grandezza della Grecia antica, sembra volerla distorcere in una chiave personalistica. Non è un caso che l’opera si collochi all'interno di una tendenza più ampia del cinema moderno, dove spesso il regista diventa l’unico vero protagonista, sacrificando contenuti e significati più profondi sull’altare dell’autocelebrazione. In questo panorama, Nolan è solo l’ennesimo esempio di come il cinema possa talvolta perdersi dietro il proprio riflesso, dimenticando il suo ruolo di mediatore culturale.

Tuttavia, se vogliamo parlare di adattamenti che hanno saputo onorare la tradizione e la cultura mitologica con rispetto, ci sono esempi di cinema che dimostrano come si possa rimanere fedeli all'essenza di opere antiche, pur dando loro una nuova vita. Pier Paolo Pasolini, ad esempio, con Edipo Re (1967) ha reinterpretato la tragedia di Sofocle mantenendo intatta la solennità del mito, trattando temi universali come la predestinazione e il destino in modo filosofico e poetico. Il Decameron (1971), pur nel suo registro più leggero e comico, dimostra una capacità straordinaria di navigare tra il sacro e il profano, recuperando l’autenticità della cultura medievale con grande maestria.

Altri grandi registi hanno saputo mescolare la mitologia con la loro visione unica senza travisarla: Federico Fellini, con Giulietta degli Spiriti (1965), ha intrecciato elementi della cultura popolare e delle tradizioni antiche in una riflessione personale sull’identità e il desiderio. Roberto Rossellini, con il suo Europa '51 (1952), pur non trattando direttamente la mitologia greca, ha saputo offrire un altro esempio di cinema che non tradisce le radici culturali, ma ne attinge per raccontare storie universali.

E ancora, nel panorama internazionale, Jean Cocteau con La Belle et la Bête (1946) ha usato il mito della Bestia come una metafora potente della condizione umana, riuscendo a rispettare il mito pur mantenendo una forte identità autoriale.

Per queste ragioni, e molte altre, non possiamo che affermare che questo film di Nolan non va visto. Non per i soliti motivi legati al “woke”, ma per il fatto che Nolan ha tradito l’essenza stessa dell’Odissea, rendendo un’opera che non ha nulla a che vedere con il mito e con la Grecia antica. Questo è il vero peccato mortale: non un semplice errore di casting o una licenza artistica, ma un attacco diretto alla cultura da cui l’opera originaria ha preso vita. Il cinema, in questo caso, avrebbe bisogno di più rispetto per le proprie radici e di meno celebrazione egoistica da parte di registi che, come Nolan, sembrano ormai concentrati più su se stessi che sulle storie che raccontano.