Giovedì, 14 Maggio 2020 09:34

Pane e Liquirizia Uber Alles

Scritto da Ugo Iezzi

di Ugo Iezzi

- UUUUUU – mi gridò più volte, stava per Ugo. Ed io – AAAAAA – stava per Anna. Suoni allungati, ritmati, arrapati, “scingiati”, senza pretese linguistiche e canore. UUUUUU! AAAAAA! UUUUUU! AAAAAA! UUUUUU! Praticamente una stravagante e tribale sirena, al di sopra di tutto, che annunciava ai quattro venti i nostri incontri e tutte le altre bizzarrie in materia amorosa, dentro la pineta allora magica e ruffiana che proteggeva il mare profumato di liquirizia di Montesilvano.

Anna era di Amburgo ed era venuta in tenda con due sue amiche tedesche, Brigit e Helga, in Abruzzo d’estate per conoscere il verde del Mare Adriatico, il verde delle nostre cattedrali naturali, la Majella e il Gran Sasso, nonché il verde dannunziano di questa regione sconosciuta a tanti e non solo a quelli del Nord Europa, scegliendo, non a caso, la città di Montesilvano ed il camping “Le Nereidi”. La nostra amata terra “verde-ardente” pulsava di rito e di mito. Ma soprattutto di canto e di poesia.

Io con i miei due amici, Valerio e Tonino, da bravi ambientalisti del gruppo fatto in casa “Mondoverde” e con tanto di motto di Ernest Hemingway, “Il mondo è un bel posto per il quale vale la pena di combattere”, partivamo da Chieti, da un quartiere operaio sempre in lotta, ribattezzato il “Villaggio della Fabbrica di Papà”, per andare in bicicletta a fare il bagno nelle avventurose onde di Montesilvano. Prima dell’arrivo dei barbari palazzinari. Essì, negli anni dei tanti entusiasmi e dei pochi quattrini che i grandi chiamavano boom. Ma per noi erano di più: boom boom!

Sotto la calda e brulicante pineta alle 11:30, tuffo più tuffo meno, scoccava l’ora della colazione-pranzo-merenda – la cena rigorosamente a casa a scanso di guai - a base di pane e liquirizia, perché avevamo scoperto che in quel piccolo e accogliente paesello c’era un ottimo forno e una prestigiosissima fabbrica di liquirizia, la ditta artigianale del commendator Aurelio Menozzi, in funzione dal 1950. Una fabbrica che, nel riprendere le innovazioni industriali del medico e chimico Vincenzo Comi nato nella Vibratina di Torano, esportava i suoi prodotti di eccellenza in molte parti d’Italia e del mondo. Un vanto per gli abitanti della zona che lavoravano sempre in numero maggiore nei suoi vari reparti. Chissà, pensavamo noi, quanti saranno i fortunati assaggiatori del super prodotto alla menta chiamato “Tabù”? La liquirizia, la dolce radice, era fin dall’antichità un potente afrodisiaco, che la premiata ditta “Menozzi srl industria liquirizia e affini”, fabbricava con tutti i crismi. L’aria attorno allo stabilimento si inebriava per chilometri di empatia, con effetti ricostituenti a largo raggio per tutti, ciclo-amatori marrucini compresi.

Così spendendo poche lire, ci ringalluzzivamo con una bella fetta di pizza bianca fumante e quattro striscioline di liquirizia fulminante, quella prodotta con la gomma arabica e con la scritta a bella vista nella scatoletta Menozzi. Una pizza da urlo, confezionata dalla premiata panetteria di Antonietta, esperta nel ricaricare tutte le nostre energie acquatiche e terrestri, locali e globali.

Ebbene sì, grazie a pane e liquirizia, una stozza assemblata un giorno più per scherzo che per necessità, conquistammo l’attenzione delle amburghesi, che solo all’odore di quella nostra bontà, frutto della maestria di monaci domenicani che non a caso la spacciavano come “Medicamenta”, concessero agli indigeni del posto di acchiappare come “schepper” (crucchi rimorchiatori) i loro fremiti sentimentali. Ma non solo!

- Ich mag! Ich mag! Ich mag! – Mi piace molto! Mi piace molto! Mi piace molto! Intuimmo subito, guardando le loro facce sognanti, che noi avevamo fatto colpo anche sulle loro emozioni più astruse, ermetiche, dure, da “giargianesi”.

Non eravamo più nella pelle, appena dopo una dozzina di panini extra-large ci eravamo fidanzati con la trasgressiva città di Amburgo (Italia-Germania, tre a zero), e con le sue ninfe in trasferta mediterranea, conquistando i loro cuori, stomaci e labbra, che si zuccheravano giornalmente con brio tra gli odori, i colori e i sapori delle nostre specialità. E con tanto di baci incantati di uno sgangherato giradischi “non mi dire più di no”, che sapevano anche loro di pane e liquirizia... uber alles!

Anna era la più rotondetta, “fleischger” (secondo il lessico delle sue amiche), tutta pappa, ciccia, e gioia di vivere, con le curve agli incroci giusti che danzavano tra i pini tolleranti e piccanti della riviera adriatica, come piaceva a me.

“Con tutte le ragazze sono tremendo”, cantavo contorcendomi e convincendomi a votamazza che il mio fascino era del Vattelapesca rosso piceno di mio nonno Ugo (lu ragne rosce). A vent’anni già pensavo che era utile e dilettevole rifilare le mani in più rotondità e curiosità possibili che nelle spigolosità della vita. Per di più, straniere. Lei era mora, a differenza delle altre due che erano bionde da succo di frutta, e con gli occhi appuntiti che ti stordivano già al primo duello campale. Mein camp!

Andarono via dopo un mese di bagni di mare e di sole, con una tintarella, manco a dirlo, color liquirizia da far invidia ai Vatussi del continente nero parapoziponzipò. In una busta piccolissima, che Anna mi consegnò il giorno della partenza, assieme ad un bacio piccolissimo, trovai questo messaggio piccolissimo: “Tornerò mio Caffettuccio. Tuo Zuccherino” Che dire? Poesia pura come liquirizia!

Ero quel giorno veramente suonato da pugile alle prime armi. La brunetta dei mari del Nord tornava tra le sue nebbie e tra le sue aringhe, lasciandomi senza se, senza ma e senza liquirizia. Però! Condizioni estreme che mi provocarono brividi da cima a fondo con scervellamento ad libitum. Per l’occasione dedicai a lei una lirica da autentico “scingiatore”, un canto d’amore, “minnesang” in lingua teutonica, da apprendista trovatore che faceva così:

“ La prossima volta

che mi scappa di scriverti

una poesia poco allegra

ho deciso che mi tengo il foglio

e ti mando la mia penna a colori.

P. S.

“UUUUUU – AAAAAA – UUUUUU – AAAAAA – UUUUUU !!!!!! ”

Ugo Iezzi, giornalista gastro-ribelle, è presidente FIGE (Federazione Italiana Giornalisti Enogastronomici) e vice presidente di UNAGA-FNSI Abruzzo. Ha pubblicato per Tabula fati “La cucina afrodisiaca” e “La sfida della felicità per un’Europa federale”. E’ inoltre direttore responsabile de “La Gazzetta di Chieti”.