Lunedì, 15 Febbraio 2021 18:19

Il fantasma della giovane Sharan

Scritto da Marco Battista

di Marco Battista

Da molto tempo si sentiva sussurrare di una bella e affascinante donna mulatta che di notte attraversava i corridoi del castello come se fuggisse da qualcuno o qualcosa. Apparizioni fugaci, rumori strani e improvvisi attraversavano il silenzio della notte in quelle occasioni.

 

- Vedo che hai fatto la prima mossa! Non si può certo dire che tu abbia perso tempo. - esordì Giulio lanciando un’occhiata alla scacchiera, con gli arti ancora intorpiditi. Alzarsi dal letto diventava ogni giorno più complicato, specialmente nelle fredde mattine d’inverno.

- Guarda che non l’ho ancora toccata la scacchiera. - replicò Marta mettendosi uno scialle attorno alle spalle.

- E allora chi ha mosso il Cavallo in g3? - insisté Giulio.

- Io no di certo! Ho predisposto io stessa la scacchiera ieri sera, così da cominciare un’altra partita questa mattina. - continuò.

- L’avrai spostato tu e non te lo ricordi.

- Io?! Ma se sono venuto a letto subito dopo di te. E comunque hai ragione... ti ho visto mentre la preparavi. Ma se non sei stata tu a muovere il Cavallo in g3, allora chi è stato? - le chiese Giulio preparando il caffè.

- Hai sentito strani rumori, stanotte? -

- No, niente. E tu? - gli chiese Marta. Giulio si passò una mano sul mento. Sembrava sinceramente preoccupato.

- Un vero e proprio rumore no, ma ora che ci penso ho avuto l’impressione di sentire una voce. Ma forse stavo sognando. - le rispose.

- E ora che si fa? - chiese Marta perplessa.

- Non lo so proprio. - rispose Giulio versando il caffè nelle tazzine. - Se Angela fosse ancora con noi avrei potuto incolpare lei, anche se non avrebbe avuto alcun motivo per... -

- Oh, smettila. Lascia stare nostra figlia! Lei è a centinaia di chilometri da noi. Forse stiamo impazzendo. Dici che dovremmo chiedere aiuto a un dottore? -

- Sì, magari a un esorcista! - ironizzò Giulio con la tazzina sospesa a metà. - No, non voglio che altre persone ficchino il naso nei nostri fatti. Piuttosto cerchiamo di capire che cosa ci sta succedendo, e alla svelta, altrimenti rischiamo d’impazzire davvero. -

- Lo sai che io non volevo venire a vivere qui. Ho sempre avuto la sensazione che attorno a questo castello aleggiasse qualche strana presenza. - replicò lei.

- Marta, ti prego. Ti prometto che molto presto si risolverà tutto. -

Giulio si conosceva, sapeva com’era fatto; non si sarebbe dato pace finché non avrebbe capito chi o cosa aveva mosso quel benedetto pezzo sulla scacchiera. Si diresse verso il camino, in un angolo del salotto, e aggiunse un po’ di legna al fuoco. Quella sera stessa, deciso ad andare fino in fondo a quella faccenda che li stava facendo uscire di senno, aspettò che Marta si fosse addormentata e trascorse tutta la notte in salotto, insonne. Ad aspettare cosa, non lo sapeva nemmeno lui. Ebbene, non successe nulla. E nemmeno la notte successiva e quella dopo ancora. Un pomeriggio Giulio, che aveva accumulato notti intere di veglia, era crollato sul divano. Ma proprio mentre stava per addormentarsi, ecco che la flebile voce di una fanciulla lo scosse dal torpore.

- Non metterci troppo tempo. Tocca a te muovere, cosa aspetti? - Giulio aprì gli occhi di scatto e si mise a sedere sul divano. Si guardò intorno ma non vide nessuno, perlustrò tutta la casa, ma nemmeno nelle altre stanze e al piano di sotto. C’era soltanto la moglie distesa nel letto che dormiva. Ormai la sua sopportazione era arrivata al limite.

- Non avevi detto che dovevi andare dalla signora Antonietta? - gli chiese Marta il giorno dopo. Giulio decise di non raccontare alla moglie della strana voce che aveva sentito il giorno prima. Anche perché non era nemmeno sicuro di averla sentita. Per quanto ne sapeva, poteva averla sognata, e sperava di riuscire a venirne a capo senza farla preoccupare ulteriormente.

- Già, e mi devo sbrigare anche, o finirò per fare tardi. Mi ha chiesto di aiutarla con i documenti della banca. E anziana, e sai com’è... - La signora Antonietta era un’arzilla vecchietta rimasta sola dopo la morte del marito, e abitava in una piccola casetta dirupata alle porte di Loreto. Si può dire che si conoscevano da sempre. In fondo, le vite dei paesani col tempo finiscono sempre con l’intrecciarsi. I documenti da sistemare erano meno del previsto e Giulio se la sbrigò in una mezzora, gustando, fra un estratto conto e l’altro, l’aroma intenso del caffè accompagnato da alcuni dolcetti allo zenzero. Ordinati i documenti, e finito di bere il caffè, la vecchia signora gli chiese una serie di notizie su parenti e amici di famiglia che non vedeva più da qualche tempo. Giulio fu lieto di soddisfare le sue richieste, cercando di non far trasparire il senso di ansia che lo tormentava ormai da molte settimane. Ma la donna se ne accorse.

- Si può sapere che cos’hai? Sembri nervoso, agitato. Qualcosa che non va con Marta? -

- No, no. Con Marta le cose vanno bene... - Antonietta ripose il vassoio non convinta. Era vecchia, non rimbambita.

- Sei sicuro di avermi detto tutto? - Con gli anni aveva imparato a distinguere la verità dalla menzogna. Le bastava guardare negli occhi la persona che aveva davanti.

- Sì... no... - balbettò Giulio. - Ma... -

- Ma? - la vecchia si rimise a sedere.

Giulio ci pensò bene, poi sospirò. Non era certo di volersi confidare, ma poi si convinse che tenersi tutto dentro lo avrebbe fatto sentire peggio.

- Da un po’ di tempo ho l’impressione che oltre a noi nel castello ci sia qualcun altro. - disse tutto d’un fiato.

- Cosa? Dici davvero?! -

- Sì. -

- Vuoi dirmi che secondo te, un estraneo potrebbe essersi introdotto nel castello senza alcun permesso? -

- Sì, no, non credo. Lo so che può sembrare sciocco. Anzi, scusa, ho fatto male a parlartene. -

- No, ma che dici. Ti prego, finisci di raccontare. - Antonietta si passò una mano fra i capelli d’argento raccolti a crocchia e si aggiustò la sedia sotto di lei.

- A me e Marta piace giocare a scacchi. Sembra pazzesco, lo so, ma abbiamo l’impressione che qualcun altro muova i pezzi al posto nostro. E poi, capita che in piena notte sentiamo delle voci. Altre volte invece, si percepisce il flebile canto di una donna... capisci la nostra preoccupazione? Stiamo forse impazzendo? - Antonietta sorrise, mostrando i pochi denti rimasti ancora in piedi, poi si scusò e andò verso la credenza. Aprì un cassetto, prese una vecchia foto e tornò a sedersi.

- Tu non l’hai mai conosciuta? -

- Chi avrei dovuto conoscere? Di chi stai parlando? -

- Di Sharan. - La zia gli mostrò la foto di una giovane ragazza seduta su una panca dell’ampio cortile del castello, proprio davanti a un cespuglio di rose. Era il mese di maggio e un pallido sole le accarezzava i capelli scuri che cadevano leggeri sulle spalle magre. Il volto della ragazza colpì molto l’uomo che continuava a fissarla. Le labbra della giovane Sharan sembravano sorridere, ma i suoi occhi... Dio! I suoi occhi erano così tristi e malinconici, come in attesa di qualcosa che non arrivava mai. La vecchia continuò.

- Quando Sharan morì, i familiari si affrettarono a dire che a ucciderla era stata la meningite, ma nemmeno le spesse mura del castello non impedirono alla verità di trapelare. Sharan poteva starsene intere giornate rinchiusa nella sua stanza. - con la voce tremola e le dita ricurve, la vecchia indicava un punto immaginario della casa. - Era come ossessionata da quel gioco, non poteva farne a meno. -

- Gioco? Di quale gioco stai parlando? -

- Come di quale gioco! Degli scacchi, no? - Lo sguardo opaco di Antonietta si riaccese. Giulio ebbe un sussulto.

- Non mi dire che non eri a conoscenza di questa storia! - gli chiese.

- No, giuro. - La vecchia trasse un sospiro e iniziò a raccontare.

- Devi sapere che molti anni fa il castello apparteneva a un certo Conte Silveri. Da anni il Conte aveva tra la sua servitù una famiglia creola. Il capo famiglia, un certo Bellik, famoso in patria come allevatore di cavalli, si occupava dei purosangue del Conte. La consorte, una giovane e avvenente donna, Sharan, era la dama di compagnia della Contessa. Ma quella dei cavalli, non era l’unica passione del Conte, infatti si divertiva a importunare la giovane donna. In principio cercò di conquistarla concedendole privilegi e offrendole doni sempre più costosi, ma puntualmente rifiutati. Il Conte, allora, sottopose la donna a ogni sorta di angherie e ogni rifiuto era accompagnato da un castigo sempre più pesante. Attratto ogni giorno di più dal fascino ribelle della giovane, arrivò persino a minacciarla di bandirla dal paese con tutta la sua famiglia se non avesse ceduto alle sue voglie. -

- E lei che fece? -

- E che poteva fare! La povera Sharan conservava tali angherie per sé, ma ogni giorno diventava sempre più triste. Il dolce e radioso sorriso che illuminava il suo viso, ben presto scomparve e la malinconia si sostituì alla gioia di vivere. A quei tempi dalla sua stanza si scorgeva la piazza in tutto il suo fervore. Mercanti, carrettieri e viandanti scarrozzavano per le vie colorate del paese. E fu proprio da un rinomato artigiano della zona che la Contessa fece realizzare una scacchiera di straordinaria bellezza. Ogni pezzo era alto quanto il palmo della sua mano ed emanava un intenso odore di legno. Sharan amava cantare, soprattutto quando c’era il marito ad ascoltarla. Diceva che il canto la faceva sentire viva e poi le ricordava i bei momenti spensierati della sua infanzia. Ma non amava soltanto cantare. Anche il tempo che trascorreva con la Contessa a giocare a scacchi riusciva a sollevarla dai suoi tormenti. All’inizio era più un dovere, ma col tempo si appassionò a tal punto da tenere testa alla nobildonna, la quale nel circolo che frequentava era considerata una vera esperta, anche più dei suoi concorrenti uomini. E poi, fintanto che Sharan era impegnata a giocare, il Conte non la poteva importunare. Ma un giorno, arrivato al colmo del desiderio, in un tiepido e luminoso tramonto, il Conte la colse di sorpresa nella parte più alta del maniero. Cercò di violentarla con tale brutalità che finì quasi per ucciderla. Ma la donna riuscì a sottrarsi dalla morsa dell’aguzzino e corse fra i lunghi corridoi del castello. Il Conte la inseguiva ormai fuori di sé inveendo contro la donna. Sharan si arrampicò fino a ritrovarsi davanti al cornicione più alto del castello. Ormai alle strette, l’uomo la afferrò alla gola con entrambe le mani. La donna cercò di divincolarsi dalla sua morsa, resistette fino all’ultimo, ma stremata e priva di energie non ebbe il modo di evitare la caduta e precipitò nel vuoto. Il corpo quasi nudo ormai senza vita, giaceva nel cortile del castello esalando l’anima che si dileguò fra i suoi meandri. Dopo quella tragedia, il maniero fu messo in vendita ma nessuno sembrava interessato, finché, un giorno un uomo molto ricco lo acquistò in vista delle nozze con una ragazza che proveniva da una famiglia nobile e altrettanto ricca. Ma, puntualmente, a disturbare i loro momenti intimi erano improvvise urla e strani rumori che si avvertivano all’approssimarsi della mezzanotte. Forse è per questo, che mai nessun proprietario è rimasto molto a lungo. Dopo un breve periodo anche loro lasciarono la residenza, e il castello fu rimesso nuovamente in vendita. Poi, siete venuti voi. -

- Incredibile! E pensare che non ne sapevo nulla! Ma... ma tu come fai a sapere tutte queste cose? - La vecchietta si fece malinconica.

- Mi recavo tutti i giorni al castello Chiola per curare le aiuole. Ero così felice che mi sentivo io stessa una regina. - Assunse uno sguardo sognante. - Mi vedevo seduta dietro a una finestra a guardare il mondo fuori, o a danzare in una delle sale magnificamente arredate. La Contessa era una donna straordinaria e molto generosa. A volte capitava che, dopo aver curato i fiori in giardino, la Contessa mi chiedesse di giocare a scacchi con me. Ricordo che apriva sempre muovendo il Cavallo in g3, dice che lo aveva imparato da Sharan. -

- Come hai detto? - balbettò Giulio.

- Che lo aveva imparato da Sharan. -

- No, prima. -

- Che cominciava le sue partite muovendo sempre il Cavallo in g3. -

- Ecco, sì, proprio quello. -

- Perché? -

- Ti spiegherò tutto un’altra volta. Scusa, ma ora devo proprio andare... - Giulio la salutò in tutta fretta e riprese la via del ritorno. Una volta a casa cercò Marta per raccontarle tutta la storia riguardo a Sharan e la sua morte, ma la moglie non era in casa. Si precipitò nella stanza dove era sistemata la scacchiera, ci rifletté un attimo e avanzò il Pedone in c5. Da quel momento, le voci e i rumori cessarono restituendo la serenità ai due coniugi. Giulio decise di non raccontare nulla a sua moglie ma ogni sera, dopo che Marta si addormentava, si recava nell’altra stanza per fare la sua mossa. Nelle sue apparizioni, la donna conservava ancora il giovane volto, e in quelle occasioni Giulio sembrava rapito, dopotutto è sempre un piacere incontrare una bella donna. Giulio e Marta vissero ancora per molti anni nel maniero. Per le stanze del castello non si udì più la sua voce, e nessun rumore arrivò a spaventare le loro notti. La giovane Sharan aveva trovato il suo compagno di giochi.

 



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