Martedì, 23 Marzo 2021 18:35

Spegni la luce, seconda parte.

Scritto da Silvio Madonna
in copertina una rara foto dell'autore in copertina una rara foto dell'autore

La seconda breve parte del romanzo inedito di Silvio Madonna.

Spegni la luce. La prima parte del romanzo inedito di Silvio Madonna - Zaffiro Magazine Giornale Online

Aspettando il bus

Ogni mattina Giorgia e Andrea erano soliti assaltare il bus per recarsi a scuola.

Alla stessa fermata, da tre anni, senza mai accorgersi l’uno dell’altra: sicuramente per via della gran confusione in quanto a quell’ora coloro che fremono hanno più le sembianze di vespe in uno sciame impazzito che di esseri umani.

Giorgia e Andrea la mattina successiva a quel loro ficcanasarsi da dietro i vetri appannati ebbero modo di riconoscersi: uno sguardo fisso e strizzato da parte di lui intercettò quello sorpreso e sgranato di lei.

Durò un attimo quel primo impatto: il bus era lì, puntuale come mai, da sempre, era stato.

Giorgia s’incuneò dalla porta centrale, Andrea da quella posteriore: durante il percorso agitato da mille brusche frenate e curve da togliere il fiato non si colsero più.

Ma una primizia di conoscenza reale c’era stata, rafforzata da un telegrafico sorrisetto reciproco di stupore e piacere colto da entrambi.

Quel primo annusarsi dal vero non poteva essere diverso: on line, come in Rete, sul 319.

Anche Sam

Quell’incrociarsi dietro ai vetri velati e poi alla fermata del bus aveva innescato quel desiderio di conoscersi che altrimenti non ci sarebbe mai stato.

Aiutò a modo suo a rompere il ghiaccio Sam: ogni pomeriggio, dopo il pranzo consumato di fretta, Andrea si regalava quello che per lui era il momento eccellente della giornata, da replicare anche la sera dopo la cena, ma con i tempi più stretti, quasi di corsa.

Trascorrere un’ora con il suo cane parlando con lui.

Estenuanti monologhi sussurrati da una panchina di legno nel parco con Sam allungato sul prato in attesa di scapicollarsi dietro la cagnetta che aveva adocchiato o appresso a un gatto così imprudente da farsi tanare.

L’unico a conoscere fino in fondo ogni suo segreto: lo fissava immobile, con la lingua penzolone, la bava appena visibile, permettendosi, nelle pause del suo confidente, di lasciarsi andare a brevi guaiti forse di approvazione, non sempre di sostegno.

Nella sua animalesca sensibilità intuì, vedendo Giorgia passeggiare ai margini del parco, che quella ragazza poteva essere d’aiuto al suo padroncino e così le corse dietro, abbaiandole con forza, richiamando ogni attenzione sul suo show improvvisato.

Lei, impaurita, arrestò il suo incedere assorto fissando quel cane che le dava contro senza cattiveria e voltandosi vide Andrea sorpreso da quel colpo di testa di Sam.

Lo sentì richiamarlo una, due… molte volte, ordinandogli di mettersi a cuccia, di tornare da lui.

Sam fu irrispettoso: abbaiò ancora verso Giorgia, tanto per rendere chiaro il concetto che lui ordini non ne prendeva da nessuno, e poi, visto che Andrea non si muoveva, dopo avergli lanciato un’occhiataccia indignata, tornò in se, mettendosi a trotterellare verso il caseggiato dove da anni aveva la sua dimora.

Giorgia tirò il fiato e Andrea non riuscì a balbettare neanche un semplice scusa: arrossendo vistosamente inseguì il cane che di sasso lo stava mollando.

Maledetta timidezza

Quella sera Andrea accusò i primi sintomi dell’influenza: colpi di tosse, occhi arrossati, mal di gola e qualche decimo di febbre.

Il giorno successivo ne ebbe piena conferma con quasi quaranta di temperatura corporea.

Rimase in casa sei giorni: i primi due rigorosamente a letto e quelli a seguire agli arresti domiciliari per fare in modo di non incappare in una mai da escludere ricaduta.

Per lui stare male era doppiamente doloroso: oltre al fastidio della malattia c’era da mettere in conto il venire a mancare di Sam, che in famiglia tutti tolleravano ma nessuno amava.

Non avendo alcuno la voglia, non tanto il tempo, di dedicargli quelle due ore al giorno la prassi consolidata imponeva che venisse condotto da Chiara presso una struttura in cui fosse accudito.

Povero Sam: in un albergo per cani, di buona qualità, ma lontano da chi lo amava.

Durante quella settimana di riposo forzato Andrea molte volte portò il suo sguardo su quella anonima finestra di fronte alla sua: si sentiva sciocco nel farlo ma attratto nello stesso tempo da quell’idea.

Sbirciava protetto dalla tenda che, anche se gli distorceva l’immagine, gli consentiva di poter osservare senza essere scoperto.

Seduto, con le mani incrociate sul davanzale e il mento posizionato su di esse, osservava la luce che si accendeva e si spegneva, le tapparelle che salivano e scendevano, le persone, o le loro ombre, che fugacemente transitavano.

Quando la serranda era alzata, e il giorno luminoso, poteva vedere bene la stanza di Giorgia: il letto in un angolo, l’armadio, la scrivania affollata di oggetti, un piccolo arazzo su una parete, un poster con Totti sull’altra.

Anche perché il suo quarto piano era, anche se di poco, più in alto dell’altro, consentendogli di avere una buona prospettiva.

Quando scorgeva Giorgia fermarsi, o sbracarsi sul letto, abbassava la testa ancora di più appiattendosi sulla soglia gelida della finestra: quello sbirciare protetto rubandole il privato lo eccitava, e anche se ogni volta si riprometteva di restare solo un minuto finiva per passarci delle ore sino alla calata del sipario, lo scendere della serranda.

Questo sino a quando, assorto nel suo turno di guardia, non si accorse di sua madre appena rientrata: lei s’introdusse nella sua stanza e accese la luce facendolo sobbalzare proprio mentre Giorgia, dall’altra parte, stava guardando verso di lui.

Alzarsi di scatto e apparire dietro i vetri in controluce segnò la fine del suo spiare: sentì la serranda della stanza di fronte scendere rabbiosa come segno inequivocabile che la frittata ormai era fatta.

Pan per focaccia

 

Finalmente Andrea archiviò l’influenza e Sam tornò a casa.

Tutto sembrava superato, e nel migliore dei modi, ma il ragazzo manifestava ancora del fastidio che i genitori e la sorella non riuscivano a comprendere.

Quel sentirsi messo a nudo lo aveva reso ridicolo agli occhi di quella ragazza che neanche conosceva e che prima o poi avrebbe nuovamente incontrato: non dimenticava di avere un appuntamento fisso con il bus, come lei.

Eppure quel rivedersi senza parlarsi non fu tragico come aveva vagheggiato: da lei fu talmente ignorato che arrivò persino a pensare che forse era stata una sua suggestione quella di ritenersi scoperto, e una pura casualità quell’abbassarsi frettolosa della serranda della sua stanza.

Quel salvifico miraggio durò poco però, perché a sera, non resistendo alla pulsione di dare una sbirciatina, avvicinatosi alla finestra trascinando lo sgabello per cominciare la sua osservazione, incrociò dall’altra parte lo sguardo duro di Giorgia che lo stava attendendo seduta con le mani incrociate sul davanzale.

Era stato beccato, altroché, e con quell’atteggiamento spavaldo severamente punito.

Sembravano due giocatori di scacchi: l’una, con la sua mossa audace in attacco, protesa ad incenerirlo, mentre l’altro, apertamente indifeso, a domandarsi il modo migliore d’implorare pietà.

Restarono immobili per lunghi minuti senza fare una piega.

Poi, quando stabilì che era il momento di agire, Giorgia si alzò molto lentamente: accese la lampada centrale della sua stanza e cominciò a sbottonarsi la sua camicetta, ben attenta a restare visibile! Apertala si girò di schiena, la sfilò facendola scivolare sul letto e con il solo reggiseno indossato, ruotando il viso al suo pubblico unico, sorrise beffarda facendo buio.

Ad Andrea sembrò di sentirla urlare volgare lo hai voluto tu! e come una marionetta balzò su, sudato e con le gambe molli.

Sua madre quella sera rafforzò la sua prima impressione che qualcosa in lui ancora non andasse e ritenendo che potesse essere una temibile recrudescenza influenzale gli fece ingoiare per forza un’amara aspirina accompagnata da una depurativa tisana rigorosamente bollente.

Ultima modifica il Martedì, 23 Marzo 2021 18:51